
Le designazioni di se stessi e degli altri fanno parte degli scambi quotidiani tra gli uomini. In esse si articolano l’identità di una persona, e il suo rapporto con altre persone. Nell’uso delle espressioni ci può essere coincidenza; altre volte ognuno impiega per chi gli sta di fronte un’espressione diversa da quella che quest’ultimo usa per se stesso. Così c’è una differenza tra il pronunciare nomi reciprocamente riconosciuti, Gianni e Lina, e il sostituirli con epiteti ingiuriosi. E c’è una differenza tra il caso in cui sono usati gradi di parentela ( per esempio madre e figlio), e quello in cui «madre» è sostituito da «vecchia», «figlio» da «vagabondo». Ancora, il caso in cui sono indicate certe determinazioni funzionali (per esempio «datore di lavoro» e «lavoratore») è diverso da quello in cui il primo diventa uno «sfruttatore», il secondo «materiale umano», ecc.
In un caso le designazioni proprie ed altrui delle persone in questione coincidono, nell’altro divergono. Nel primo caso il riconoscimento reciproco è linguisticamente implicito; nel secondo le designazioni contengono un significato spregiativo, cosicché l’interlocutore si può bensì sentire interpellato, ma non riconosciuto. Chiameremo «asimmetriche» queste attribuzioni contrarie in maniera disuguale e applicabili solo unilateralmente.
L’efficacia delle designazioni reciproche aumenta storicamente, non appena siano riferite a gruppi. Il semplice uso di «noi» e del «voi» caratterizza certo aree esclusive e inclusive, e in questo senso è condizione della possibilità e della capacità di intrattenere rapporti. Ma un «gruppo noi» può diventare un’unità di azione politicamente efficace solo in forza di concetti che contengano in sé qualcosa di più di una semplice indicazione o denominazione. Un’unità d’azione politica o sociale si costituisce solo grazie a concetti che le permettano di circoscriversi e quindi di escluderne altre, ossia di determinare e definire se stessa. Empiricamente un gruppo può essere stato generato da comando o da consenso, da contratto o da propaganda, da necessità o da parentela, da tutte queste cose insieme, o da qualsiasi altra cosa: in ogni caso avrà sempre bisogno di concetti che gli permettano di riconoscersi e di definirsi, per potersi presentare come un’unità attiva. Il concetto, nel senso usato qui, non serve solo a indicare l’unità di azione, ma anche a foggiarla e a crearla. Non è solo un indicatore, è anche un fattore di gruppi politici o sociali.
R. Koselleck Futuro passato
In un caso le designazioni proprie ed altrui delle persone in questione coincidono, nell’altro divergono. Nel primo caso il riconoscimento reciproco è linguisticamente implicito; nel secondo le designazioni contengono un significato spregiativo, cosicché l’interlocutore si può bensì sentire interpellato, ma non riconosciuto. Chiameremo «asimmetriche» queste attribuzioni contrarie in maniera disuguale e applicabili solo unilateralmente.
L’efficacia delle designazioni reciproche aumenta storicamente, non appena siano riferite a gruppi. Il semplice uso di «noi» e del «voi» caratterizza certo aree esclusive e inclusive, e in questo senso è condizione della possibilità e della capacità di intrattenere rapporti. Ma un «gruppo noi» può diventare un’unità di azione politicamente efficace solo in forza di concetti che contengano in sé qualcosa di più di una semplice indicazione o denominazione. Un’unità d’azione politica o sociale si costituisce solo grazie a concetti che le permettano di circoscriversi e quindi di escluderne altre, ossia di determinare e definire se stessa. Empiricamente un gruppo può essere stato generato da comando o da consenso, da contratto o da propaganda, da necessità o da parentela, da tutte queste cose insieme, o da qualsiasi altra cosa: in ogni caso avrà sempre bisogno di concetti che gli permettano di riconoscersi e di definirsi, per potersi presentare come un’unità attiva. Il concetto, nel senso usato qui, non serve solo a indicare l’unità di azione, ma anche a foggiarla e a crearla. Non è solo un indicatore, è anche un fattore di gruppi politici o sociali.
R. Koselleck Futuro passato
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