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IL FURTO DELLA STORIA

I greci furono definiti un popolo diverso da tutti gli altri innanzitutto da loro stessi e in seguito dagli europei. Ma in cosa consisterebbe, per classicisti come Finley, la forza propulsiva sottesa alla differenziazione della Grecia dal resto del vicino Oriente, con il quale essa intratteneva un vivace scambio di merci e di idee? Quella delle presunte differenze politiche non sembra in sé una spiegazione sufficiente. Quali che siano state le speciali caratteristiche del mondo classico, ciò che manca nelle interpretazioni di questi studiosi è una circostanziata spiegazione del come e del perché l’Europa e il Mediterraneo divergessero dalla generalità delle società posteriori all’età del bronzo, al punto di essere considerati società con una tipologia e un modo di produzione distinti (e presumibilmente più progrediti). Le loro realizzazioni sul piano dei sistemi di conoscenza, della scultura, della drammaturgia, della poesia furono immense, ma quanto alla loro speciale tipologia societaria, ho in più occasioni espresso i miei dubbi. Il predominio della schiavitù è stato scelto da molti commentatori come la differenza decisiva che caratterizzerebbe le società classiche. Ma per quel che riguarda la crescita dell’agricoltura e dell’economia, la sua prevalenza, come ho dimostrato, ebbe sia vantaggi sia svantaggi. E comunque probabilmente non costituì una differenza tra il modo di sussistenza occidentale e quello orientale così enorme come indicherebbe la contrapposizione dicotomica tra mondo classico e mondo asiatico. L’impiego del lavoro schiavile sarà forse stato più esteso nel mondo classico, ma sul piano tecnico dei mezzi di produzione sembra esservi stata poca differenza. Nel mondo classico, l’impiego diffuso del ferro, un metallo molto più a buon mercato del rame e dello stagno e più universalmente disponibile, ebbe importanti conseguenze, ma lo stesso si può dire per tutte le società della regione. Tutte le innovazioni che ebbero luogo, in particolare nell’ingegneria idraulica e nello sviluppo delle colture, furono in continuità con le fasi precedenti: a questi livelli, il contrasto fu meno marcato di quanto la maggior parte dei classicisti sostiene.
La nozione stessa secondo la quale ciò che avvenne in Oriente costituirebbe “l’eccezione asiatica”, mentre la sequenza di eventi dell’Occidente rappresenterebbe ” la norma”, esprime un assunto arbitrario degli europei, basato sul punto di vista del diciannovesimo secolo, secondo il quale l’evoluzione occidentale additava l’unica strada possibile al “capitalismo”. E quella idea nasce da una confusione tra capitalismo, nell’accezione ampia in cui lo storico Fernand Braudel spesso usa il termine, e sviluppo della produzione industriale (che è un evento economico molto più specifico), la quale sarebbe caratterizzata dall’”investimento produttivo” (benché questo sia un fattore generale presente anche nelle società agricole). E se è vero che nel diciannovesimo secolo fu l’Europa occidentale a diventare”l’eccezione”, non risulta che in tempi anteriori essa fosse tanto diversa rispetto ad altre grandi civiltà, se non per quel che riguarda la sua superiorità nell’età delle “grandi scoperte geografiche”, superiorità dovuta probabilmente alle innovazioni tecniche in fatto di “velieri e cannoni” e all’adattamento della stampa, da tempo in uso in Cina, alla scrittura alfabetica con l’uso dei caratteri mobili. Questa innovazione consentì una più rapida circolazione (e accumulazione) delle informazioni, un vantaggio di cui in precedenza avevano goduto la civiltà cinese e quella araba, grazie all’uso della carta e, nel primo caso, della stampa.
J. Goody Il furto della storia

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