Carl Rogers (1902-1987), statunitense, psicoterapeuta e pedagogista, inizialmente influenzato dalla pedagogia deweyana, è docente in varie università, ma soprattutto esperto di psicoterapia,pratica svolta per molti anni, decisiva anche per la sua produzione scientifica e, in particolare, per il libro che lo ha reso famoso La terapia centrata sul cliente (1953, tradotto in italiano nel 1970). Dalla terapia Rogers ha poi ampliato il proprio raggio d’azione occupandosi di scuola, orientamento, ecc. e adattando via via le sue teorie a diversi ambiti non solo terapeutici, ma anche educativi. Senza scendere in questa sede nei particolari tecnici (diremo soltanto che Rogers rifiuta energicamente il metodo psichiatrico tradizionale e il concetto stesso di metodo in terapia, preferendo puntare sull’umanizzazione del rapporto tra terapeuta e cliente), ci limitiamo a richiamare soltanto i presupposti fondamentali della teoria rogersiana.
Rogers pensa all’uomo come ad un fascio di potenzialità positive ed intrinseche che l’educazione deve soltanto contribuire a sviluppare e a terapia a ripristinare nel caso qualche elemento negativo abbia interrotto la loro auto-attualizzazione. Il compito di chi si fa cura di un altro (genitore, insegnante, educatore, terapista, ecc.) è perciò quello di rafforzare gli aspetti positivi costitutivi dell’individuo. Questo è possibile solo quando le relazioni interpersonali si svolgono senza la pretesa dell’«essere forte» di decidere per l’«essere debole», ma nella logica della «relazione d’aiuto», che costituisce uno dei concetti chiave nella teoria rogersiana.
La «relazione d’aiuto» si compie quando chi ha la responsabilità terapeutica o educativa cerca di favorire nell’altro la crescita, lo sviluppo, la maturità, un miglior funzionamento e una più salda capacità di affrontare la vita. Per essere efficace essa ha bisogno di svolgersi in un clima di accettazione incondizionata dell’altro (senza la pretesa, per esempio, di giudicarlo o di orientarlo direttivamente), di relazione «empatica» (mediante cui si verifica la reciproca condivisione), di autenticità e di congruenza e cioè senza maschere, facciate, doppie verità e cioè, in una parola, in un contesto «non direttivo». La fiducia nel «potenziale dell’altro», in particolare, rappresenta la base fondamentale per qualsiasi relazione interpersonale costruttiva in campo sia terapeutico sia educativo.
Giorgio Chiosso Novecento Pedagogico
Rogers pensa all’uomo come ad un fascio di potenzialità positive ed intrinseche che l’educazione deve soltanto contribuire a sviluppare e a terapia a ripristinare nel caso qualche elemento negativo abbia interrotto la loro auto-attualizzazione. Il compito di chi si fa cura di un altro (genitore, insegnante, educatore, terapista, ecc.) è perciò quello di rafforzare gli aspetti positivi costitutivi dell’individuo. Questo è possibile solo quando le relazioni interpersonali si svolgono senza la pretesa dell’«essere forte» di decidere per l’«essere debole», ma nella logica della «relazione d’aiuto», che costituisce uno dei concetti chiave nella teoria rogersiana.
La «relazione d’aiuto» si compie quando chi ha la responsabilità terapeutica o educativa cerca di favorire nell’altro la crescita, lo sviluppo, la maturità, un miglior funzionamento e una più salda capacità di affrontare la vita. Per essere efficace essa ha bisogno di svolgersi in un clima di accettazione incondizionata dell’altro (senza la pretesa, per esempio, di giudicarlo o di orientarlo direttivamente), di relazione «empatica» (mediante cui si verifica la reciproca condivisione), di autenticità e di congruenza e cioè senza maschere, facciate, doppie verità e cioè, in una parola, in un contesto «non direttivo». La fiducia nel «potenziale dell’altro», in particolare, rappresenta la base fondamentale per qualsiasi relazione interpersonale costruttiva in campo sia terapeutico sia educativo.
Giorgio Chiosso Novecento Pedagogico
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